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Quel sangue ci riguarda

 

La politica italiana deve reagire al massacro in Tibet, uscendo finalmente dall'imbarazzo
ANDREA ROMANO
Nel giorno in cui scade l'ultimatum cinese ai manifestanti tibetani - premessa di una nuova Tienanmen da realizzare in tutta calma al riparo dalle televisioni occidentali - colpisce l’imbarazzo che attraversa la politica italiana dinanzi all'ennesima esibizione della capacità repressiva di Pechino. Abbondano le dichiarazioni di prammatica, le esortazioni al dialogo e gli auspici di pacificazione. Ma le uniche voci che hanno parlato con nettezza sono quelle alla destra estrema che conservano nell’anticomunismo uno strumento di identità e militanza.

Tra le componenti più «rispettabili» dell'arco politico prevale invece un senso di distacco dal sangue che torna a scorrere a Lhasa, nella convinzione che quanto sta accadendo non possa influenzare più di tanto la politica estera italiana. In fondo ci occupiamo d'altro, sembra dire la gran parte del Parlamento, e non sarà certo qualche decina o centinaia di morti invisibili a farci cambiare idea sull'opportunità di intrattenere con Pechino una positiva relazione ispirata al realismo e all’apertura di credito.

Lo «spirito di Monaco»
In questa nuova e condivisa arrendevolezza al terrore di massa - quasi una riedizione provinciale dello «spirito di Monaco» - manca solo che qualcuno si spinga a descrivere i fatti tibetani come «una contesa in un Paese lontano tra gente di cui non sappiamo niente», per riprendere le parole d'infamia con cui Neville Chamberlain volle commentare nel 1938 l'imminente aggressione nazista alla Cecoslovacchia.
Per ora ci accontentiamo di apprendere dal ministro degli Esteri D'Alema che la scelta del boicottaggio olimpico creerebbe «confusione», mentre attendiamo fiduciosi di conoscere le iniziative (ovviamente più lineari e meno confuse) che la nostra diplomazia ha in animo di realizzare verso Pechino. Certo è da escludere che una forte spinta morale in questa direzione venga dal Vaticano che, a proposito di «valori non negoziabili», ha fatto sentire ancora ieri tutto il peso del proprio silenzio.

La logica padronale
L’imbarazzo della politica italiana sulla tragedia tibetana colpisce ma non deve stupire. La Cina gode infatti di un duplice privilegio nella nostra discussione pubblica. Da una parte buona parte della sinistra, anche democratica, continua a mostrare i segni di quel terzomondismo che non ha ancora sgombrato il campo e che oggi saluta in Pechino la capitale di un impero economico alternativo a quello occidentale, destinato secondo i più entusiasti a sopravanzare nel giro di qualche decennio la stessa egemonia statunitense. Dall'altra parte funziona alla perfezione la logica padronale secondo la quale chi ha il timone degli affari non può essere troppo infastidito, neanche quando ha le mani sporche di sangue.
È un duplice privilegio che ha già dimostrato di saper tutelare la serenità di cui gode Pechino nel nostro Paese, ad esempio tenendo ben lontano il Dalai Lama sia da Montecitorio che dalla Farnesina nel corso della sua visita di dicembre. Allora per entrare nei luoghi della democrazia italiana non bastò alla principale autorità morale e religiosa del Tibet l'essere già stato ricevuto dal cancelliere tedesco Merkel. E chissà se oggi che si spinge a parlare di «genocidio culturale», conservando peraltro un profilo di grande pacatezza, lo stesso Dalai Lama non rischierebbe di essere tenuto fuori dai nostri confini.



Noi, come cittadini, dovremo arrivare a ripudiare la "pochezza" come strategia di governo.


Guido Mastrobuono

Pubblicato il 17/3/2008 alle 15.43 nella rubrica Diario.

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