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Sarkozy, il piazzista dell'atomo francese - La stampa - 18 gennaio

 

Sarkozy, il piazzista
dell’atomo francese
Un mercato da 1000 miliardi: Parigi ne vuole un terzo
DOMENICO QUIRICO
CORRISPONDENTE DA PARIGI
Sono previsioni da lustrare gli occhi: entro il 2030 i 435 reattori nucleari attivi nel mondo raddoppieranno. Vasti progetti sono già avviati in Cina, India, Stati Uniti, Russia, ma molti Paesi emergenti, o quasi, dal Brasile al Vietnam al Sud Africa alla Turchia, sono in piena corsa atomica. Facciamo un po’ di conti: una centrale di terza generazione costa più di tre miliardi di euro. Bisogna poi aggiungere alla fattura la fornitura dell’uranio e lo smaltimento delle scorie. Sorpresa: l’atomo, da paura, è diventato tendenza. Ecco germogliante il grande e delicato affare dei prossimi anni. La francese Areva, per esempio, leader mondiale nel settore, ha già stabilito l’ambizioso ma non irrealizzabile progetto di annettersi almeno un terzo di questi contratti. Suvvia, bisogna sfruttare al meglio il vantaggio accumulato sui concorrenti in 40 anni; nei tempi in cui la parola nucleare ammutoliva per l’effetto Cernobil, la Francia gollista scommetteva saggiamente e intrepidamente su questa energia.

Parigi prepara i reattori di nuova generazione a Flamanville, sulla costa della Manica in Normandia. E nella battaglia che si annuncia colossale dispone di un commesso viaggiatore di eccezione: Nicolas Sarkozy. Il belligero amministratore delegato di Areva, Anne Lauvergeon, ormai spunta dalla valigia di tutti i viaggi presidenziali impugnando la penna per i contratti. Il presidente ha fornito alla campagna atomica la necessaria munizione ideologica. Già in campagna elettorale si poneva la retorica domanda: «In nome di quale sopraffazione si può negare ai Paesi del Terzo mondo il diritto di avere il nucleare, si intende civile?». Non tutti sono disposti a rispondere a tono, molti dubitano. Me per intanto ecco i risultati: Marocco, Egitto, Algeria, la Libia di Gheddafi, tutto il Maghreb, sono in predicato di dotarsi di centrali marca Areva. A un promotore così autorevole difficile dire di no.

L’ultimo cliente è Abu Dhabi che ha siglato un contratto per la fornitura di due reattori da 1600 megawatt ciascuno, destinati a una centrale elettrica nucleare, con i relativi servizi per il ciclo del combustibile. Areva ha già vinto l’appalto per due reattori di terza generazione in Cina per otto miliardi di euro (dopo un’altra visita di Sarkozy), e altri due sta costruendo in Finlandia (ma i lavori sono in ritardo) e in Francia. Appalti prossimi si annunciano negli Stati Uniti, che non costruisce impianti da 30 anni ed esige di recuperare il tempo perduto. Come il Brasile di Lula che ha definito il nucleare «energia pulita che non emette CO2», potente lasciapassare per tacitare i Verdi. I nuovi Paesi dell’Unione Europea, Lituania Slovacchia Bulgaria Romania, le vogliono per svincolarsi dal vassallaggio, economico e quindi politico, dalla Russia.

Per tener dietro a questa cuccagna e fronteggiare gli altri grandi del settore come Westinghouse nascono le prime alleanze: i petrolieri di Total hanno deciso di immischiarsi in quello che appare come il settore del futuro e che al contrario dell’oro nero non contribuisce all’effetto serra e si sono congiunti ad Areva per conquistare gli appalti atomici del Vicino Oriente dove la compagnia è saldamente impiantata.

La guerra è feroce anche per l’approvvigionamento del combustibile. L’uranio è una risorsa limitata ma ancora abbondante: più di venti anni di declino del nucleare con produzione annua di non più di 60 mila tonnellate hanno bloccato i programmi di scavo. Ma non si può perdere tempo, bisogna coccolare i fornitori perché la corsa alle miniere diventerà febbrile. I pessimisti già prevedono che entro 80 anni le riserve saranno esaurite. Areva ha appena annunciato un accordo con il Niger (5000 tonnellate di uranio annuale) ed ex colonia: ha ottenuto nuove licenze di scavo, oltre le due miniere che già possiede, ma pagherà il doppio che ora. Nel Niger per l’uranio c’è già una guerra. La prima: gli indipendentisti tuareg infatti esigono una parte dei guadagni dell’estrazione, accusando il governo centrale e la Francia di «furto».

Un piccolo saggio dei problemi politici che si delineano sullo sfondo. Il passaggio da una tecnologia civile alla Bomba è di poca larghezza, ricordano molti analisti, criticando i disinvolti e interessati apostolati atomici francesi. Costruire centrali in Paesi senza meccanismi di democrazia, dove le possibilità di controllo da parte dell’Agenzia Internazionale della Energia saranno subordinate al gusto dei regimi, non significa scoperchiare il pozzo a nuovi casi Iran? Nel serpaio del Vicino Oriente la diffusione del nucleare seppur civile non ha nella pratica un brutto rovescio? Sarkozy per ora sventola in faccia agli scettici le cifre del fatturato atomico. Basterà?


Così i francesi, che prima stavano come noi, si occupano di PRODURRE la ricchezza che poi potranno redistribuire. 

Guido Mastrobuono


Pubblicato il 18/1/2008 alle 12.2 nella rubrica Economia, Lavoro.

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