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17 marzo 2008

Quel sangue ci riguarda


 
La politica italiana deve reagire al massacro in Tibet, uscendo finalmente dall'imbarazzo
ANDREA ROMANO
Nel giorno in cui scade l'ultimatum cinese ai manifestanti tibetani - premessa di una nuova Tienanmen da realizzare in tutta calma al riparo dalle televisioni occidentali - colpisce l’imbarazzo che attraversa la politica italiana dinanzi all'ennesima esibizione della capacità repressiva di Pechino. Abbondano le dichiarazioni di prammatica, le esortazioni al dialogo e gli auspici di pacificazione. Ma le uniche voci che hanno parlato con nettezza sono quelle alla destra estrema che conservano nell’anticomunismo uno strumento di identità e militanza.

Tra le componenti più «rispettabili» dell'arco politico prevale invece un senso di distacco dal sangue che torna a scorrere a Lhasa, nella convinzione che quanto sta accadendo non possa influenzare più di tanto la politica estera italiana. In fondo ci occupiamo d'altro, sembra dire la gran parte del Parlamento, e non sarà certo qualche decina o centinaia di morti invisibili a farci cambiare idea sull'opportunità di intrattenere con Pechino una positiva relazione ispirata al realismo e all’apertura di credito.

Lo «spirito di Monaco»
In questa nuova e condivisa arrendevolezza al terrore di massa - quasi una riedizione provinciale dello «spirito di Monaco» - manca solo che qualcuno si spinga a descrivere i fatti tibetani come «una contesa in un Paese lontano tra gente di cui non sappiamo niente», per riprendere le parole d'infamia con cui Neville Chamberlain volle commentare nel 1938 l'imminente aggressione nazista alla Cecoslovacchia.
Per ora ci accontentiamo di apprendere dal ministro degli Esteri D'Alema che la scelta del boicottaggio olimpico creerebbe «confusione», mentre attendiamo fiduciosi di conoscere le iniziative (ovviamente più lineari e meno confuse) che la nostra diplomazia ha in animo di realizzare verso Pechino. Certo è da escludere che una forte spinta morale in questa direzione venga dal Vaticano che, a proposito di «valori non negoziabili», ha fatto sentire ancora ieri tutto il peso del proprio silenzio.

La logica padronale
L’imbarazzo della politica italiana sulla tragedia tibetana colpisce ma non deve stupire. La Cina gode infatti di un duplice privilegio nella nostra discussione pubblica. Da una parte buona parte della sinistra, anche democratica, continua a mostrare i segni di quel terzomondismo che non ha ancora sgombrato il campo e che oggi saluta in Pechino la capitale di un impero economico alternativo a quello occidentale, destinato secondo i più entusiasti a sopravanzare nel giro di qualche decennio la stessa egemonia statunitense. Dall'altra parte funziona alla perfezione la logica padronale secondo la quale chi ha il timone degli affari non può essere troppo infastidito, neanche quando ha le mani sporche di sangue.
È un duplice privilegio che ha già dimostrato di saper tutelare la serenità di cui gode Pechino nel nostro Paese, ad esempio tenendo ben lontano il Dalai Lama sia da Montecitorio che dalla Farnesina nel corso della sua visita di dicembre. Allora per entrare nei luoghi della democrazia italiana non bastò alla principale autorità morale e religiosa del Tibet l'essere già stato ricevuto dal cancelliere tedesco Merkel. E chissà se oggi che si spinge a parlare di «genocidio culturale», conservando peraltro un profilo di grande pacatezza, lo stesso Dalai Lama non rischierebbe di essere tenuto fuori dai nostri confini.



Noi, come cittadini, dovremo arrivare a ripudiare la "pochezza" come strategia di governo.


Guido Mastrobuono




permalink | inviato da progettocicero il 17/3/2008 alle 15:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa



17 marzo 2008

Tutto già visto - La stampa - 17 marzo


 
LUCIA ANNUNZIATA
C’ è un problema grandissimo», dice Silvio Berlusconi: «Quello dei brogli». Non l’aveva forse già detto? Ma sì, era solo due anni fa, e la storia ci ha perseguitato fino a quasi l’anno scorso. Già visto. E la raccomandazione ai candidati del Pdl di richiamare sempre l’ombra di Stalin?

Un classico del berlusconismo: già visto. Non che dall’altra parte non ci siano domande: il Ciarra, ad esempio, quanto conta? Davvero la sua presenza nel centro destra è una tale traumatica scoperta per il centro sinistra da indignarsi fino al cielo? E che crimine è stracciare un programma, come ha fatto Berlusconi? Non sarà mica, dopotutto, la Costituzione! Insomma, già visto, già visto.

Non è vero che, come molti sostengono, i grandi temi sono fuori dalla campagna elettorale. C’è lo scontro sulla natura della crisi globale, e sulla politica estera italiana, sulla ricetta per la ripresa economica, e sull’analisi del capitalismo. Alla fine, tuttavia, fatte alcune eccezioni, si ripresentano nella veste di sempre, guardati attraverso i soliti occhiali.

Facciamo l’esempio più paradossale che lo scontro in corso ci offre: entrambi i maggiori partiti, e in maniera marcata quello di Veltroni che ne è stato l’inventore e l’apripista, puntano oggi a liberare la campagna elettorale dal più antico vizio della politica italiana, la partigianeria. La promessa nuova fatta a noi elettori è stata quella di una politica che si focalizza sul fare e non sull’odio, sul «per» e non sul «contro». Propositi assolutamente condivisibili, e che hanno suscitato infatti molti entusiasmi in tutti. La verità del giorno per giorno ci svela però che quando la battaglia si accende, è per tornare sui soliti cliché.

Nel centro sinistra, per quanto Veltroni provi con sforzo immane a segnare la sua diversità, i cuori si sono davvero accesi sul Ciarrapico, cioè sull’antifascismo. E se fra i due schieramenti si deve parlare di identità non ci sono né ricette sulla precarietà né promesse di detassazione che contino: il filo della divisione corre piuttosto sul nome di Calearo, in un rigurgito marxista che vuole, a destra come nella estrema sinistra, che stiano «padroni con i padroni e operai con operai». In politica estera, dopo tante disquisizioni sugli «interessi nazionali», si ricasca alla fine nei soliti schemi: con gli Usa il centro destra, con gli arabi il centro sinistra. Al punto che il centro destra, pur di sottolineare il suo punto, arriva a proporre di ri-inviare soldati italiani in Iraq, mentre Washington ha solo il problema di come ritirarli. E il centro sinistra gli risponde con la solita, speranzosa, litania del «dialogo come migliore strada». Interessante invece che l’unico accordo fra i due grandi partiti, l’opposizione al boicottaggio delle olimpiadi in Cina, si sia formato senza nessuna sottolineatura.

Sulle donne nelle liste elettorali, si è detto fin troppo. Ma, giovani o vecchie che siano, possiamo smetterla, a questo punto di usarle come bandierine su un balcone? Abbiamo capito che fanno tendenza, ma che la Cgil, dopo l’ampiamente sfoggiata novità Marcegaglia, senta l’urgenza di annunciare l’intenzione (ripeto: «annunciare l’intenzione») di scegliere una donna come leader in futuro, è davvero un abuso della pazienza di tutti. Tutte sempre insieme (la presentazione delle candidate è sempre plurima), tutte sempre accanto al leader, con accuse incrociate fra Pd e Pdl su segretarie e veline (non cito quanto strasentite siano le battute), alla fine questo insistito modo di usarle come il volto del rinnovamento, sta cominciando a farle sembrare più come i polli di Renzo che come le facce di una rivoluzione alla finlandese.

Infine, la giustizia: la grande desaparecida della campagna elettorale è forse la più banalizzata. Se ne parla infatti solo (e quanto già visto!) per evocare lo scontro politica-giudici. Ma non lamentiamoci, potrebbe andare peggio: questa fuga della politica dalla giustizia si tramuta poi nella cosiddetta società civile, ai casi del padre di Gravina, della Knox di Perugia, o di Alberto con la bicicletta. Già visto anche questo: solo che una volta si chiamavano fotoromanzi. Niente di nuovo sotto il sole, dunque. A quattro settimane dal voto, per spiegare la propria identità, il ripiegamento sulle opinioni di sempre rispunta ancora come la vera strategia elettorale. Né questa tentazione è un dettaglio. A dispetto, o forse proprio a causa, della continua evocazione del cambiamento, le vecchie culture, le vecchie ideologie, sfidate, criticate, strappate come manifesti dal muro, continuano a tornare in scena, e vi ci si riaccomoda dentro come un buon vecchio rifugio. Per ritrovare un po’ di quella sicurezza cui il cambiamento sottrae.




Chissè perchè ho tutta l'impressione che la destra stia facendo tutto il possibile per perdere e la sinistra non stia facendo nulla per vincere.

Guido Mastrobuono




permalink | inviato da progettocicero il 17/3/2008 alle 15:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa


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