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20 dicembre 2007

Mutui, metà delle famiglie a rischio - Giornale - 20/12/2007


Mutui, metà delle famiglie a rischio 

Roma - Oltre la metà (52,7%) delle famiglie con un mutuo in corso è esposta al rischio di aumenti del tasso d’interesse, perché ha stipulato un prestito a tasso variabile. Lo afferma il 25° rapporto Bnl-Centro Einaudi sul risparmio in Italia, secondo cui il 23,9% degli italiani ha un mutuo ipotecario che, nel 74,2% dei casi, è stato fatto per comprare casa. In particolare, ha un mutuo a tasso variabile più della metà delle persone che si sono dichiarate per niente favorevoli a correre rischi negli investimenti finanziari. Questo "solleva qualche dubbio sull’effettiva consapevolezza di queste famiglie circa il possibile impatto economico di questa esposizione sulle loro finanze".

Manca la consapevolezza del rischio Al campione di studio è stato chiesto quindi se un futuro aumento dei tassi da parte della Bce potesse creare delle difficoltà nel servizio del debito. La domanda è stata rivolta anche ai mutuatari a tasso fisso, "che non avrebbero dovuto segnalare alcuna preoccupazione". Tuttavia, le risposte ottenute "hanno messo in luce che un’importante quota di mutuatari a tasso fisso non è affatto consapevole di essere protetta dal rischio d’interesse. Inoltre, tra gli indebitati a tasso variabile c’è una situazione di potenziale tensione finanziaria non trascurabile".

Solo uno su quattro si dice tranquillo "Soltanto il 25,6% degli intervistati con un mutuo a tasso variabile - sottolineano i ricercatori - si dichiara infatti del tutto tranquillo di fronte all’eventualità di un aumento dei tassi (di cui il 9,6% grazie all’imminente scadenza del prestito). Il 32% degli intervistati esposti al rischio di tasso, invece, ritiene che anche un aumento modesto potrebbe porlo in difficoltà. Peraltro il 70% di questi ultimi, durante il 2006, non è riuscito ad accantonare alcun risparmio".

Credito al consumo C’è poi, secondo il rapporto, un altro fenomeno in crescita tra le famiglie italiane: il credito al consumo. Negli ultimi tre anni, "l’adesione al servizio è cresciuta di oltre il 6%". Inoltre, il credito al consumo si sta diffondendo in tutte le categorie di risparmiatori, "perdendo la connotazione di strumento di nicchia". Il ricorso al credito al consumo risponde a un’ampia serie di esigenze di acquisto: la finalità principale è comprare l’auto (per il 64,4% dei casi), ma ci sono anche gli acquisti di elettronica al consumo (20,7%), di mobili (11,5%), di viaggi (2,3%) e le spese per ristrutturare la casa (3,4%).

Giusto per iniziare a pensarci.

Guido Mastrobuono




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20 dicembre 2007

Bambini senza diritti e progetti futuri - Repubblica 20/12/07


 

Minori al lavoro, in italia sono 500 mila
“Bambini senza diritti e progetti futuri”

Per un quinto si tratta di esperienze che durano tutto l’anno. Più esposti gli stranieri tra gli 11 e i 14 anni che appartengono a famiglie con un solo reddito. Sono 80 mila i piccoli migranti coinvolti dal fenomeno. Gli italiani soprattutto in negozi e bar. Gli stranieri in strada e per le case. I risultati dell’indagine di Save the Children e Ires-Cgil. TABELLE: 1. Dove 2. Quando

di FEDERICO PACE



Il disagio economico prende varie forme. Una delle più insopportabili è quelle del lavoro dei piccoli e dei piccolissimi. Minori al lavoro in botteghe artigianali, in negozi, per strada e anche in casa. Piccoli costretti a essere “precoci” in un ambito che li allontana dalla scuola, dal loro tempo e dai loro desideri. Quello del lavoro minorile è un fenomeno che in Italia coinvolge cinquecentomila bambini e adolescenti. Tra loro, ci sono 80mila stranieri. A lanciare l’allarme è l’ultima indagine di Save the Children e Ires Cgil presentata oggi a Roma.

La componente dei minori che rischia più di altre di finire in questa trappola, è quella dei piccoli migranti tra gli undici e i quattordici anni che vivono, in un’area geografica ad alta disoccupazione, con un solo genitore. In Italia purtroppo non accade di rado. Le situazioni limite non sono poche e il tasso di povertà dei minori (17 per cento) è tra più elevati nei paesi evoluti.

In questo scenario il lavoro minorile si intreccia e si sovrappone al fenomeno dello sfruttamento dei minori stranieri, al lavoro nero, a situazioni, sempre più diffuse, in cui i minori sono costretti a contribuire al reddito familiare e sono impossibilitati a dare la giusta priorità alla scuola e al tempo libero. “E’ necessario concentrarsi su questi fenomeni – ha detto Valerio Neri, direttore generale di Save The children – affinché si abbia una ricaduta positiva anche sulla mancanza di approccio basato sui diritti e di una progettualità futura”.

Per questi minori non si tratta di esperienze saltuarie e residuali. Per molti, quello del lavoro prende la forma di una vicenda che assorbe energie in maniera totale e che accentua ancora di più il rischio di rimanere ai margini della società. Secondo i dati dell’indagine, tanti sono queli con un impegno giornaliero costante lungo l'arco dell'intero anno, e spesso chi è coinvolto in un’attività di lavoro precoce ha già avuto più di una esperienza.

Un quarto dei minori italiani viene costretto a lavorare per tutto l'anno, mentre un altro 33 per cento lo fa solo in alcuni periodi dell'anno, e il 42 per cento quando capita (vedi tabella).

La periodicità del lavoro diventa ancora più strutturata se si guarda alla componente dei piccoli migranti. Nel loro caso, ci si ritrova davanti a esperienze di lavoro continuate per tutti i dodici mesi dell'anno nel 42 per cento dei casi, con picchi che arrivano al 59 per cento nel caso dei cinesi.

Agostino Megale, presidente di Ires Cgil, ha sottilineato come sia necessario "attivare un monitoraggio sul tema, coordinato dall'Istat e finalizzato a superare l'incertezza sul dimensionamento del fenomeno come previsto nella nuova edizione della Carta di impegni per promuovere i diritti dell'infanzia e dell'adolescenza ed eliminare lo sfruttamento del lavoro minorile" .

Per quanto ai luoghi di lavoro, il ventisei per cento degli italiani viene impiegto in negozi, un quattordici per cento in bar, ristoranti e pizzerie, mentre un dodici per cento lavora “in strada”. I minori migranti sono spesso inseriti in contesti meno protetti dove le situazioni sono più “difficili” e al limite con la legalità. Uno su tre lavora per strada come ambulante o in alcuni casi svolgendo attività di accattonaggio (vedi tabella). Nel caso dei cinesi, sei su dieci si ritrovano in un laboratorio artigianale tessile o di pelletteria con un’esposizione a materiali e macchinari pericolosi e con orari inadeguati alla loro età.

Le esperienze di lavoro si realizzano soprattutto all'interno delle realtà familiari. Accade così al 90 per cento dei cinesi e al 56 per cento di tutti gli stranieri e al 63 per cento degli italiani. Lavorano presso amici, parenti o conoscenti un altro terzo dei piccoli italiani e stranieri. La quota più elevata di lavoranti i presso terzi (il 9 per cento) si riscontra tra gli italiani.

Nell'approfondimeto monografico sui minori stranieri non accompagnati presenti nel Lazio, gli autori dell'indagine hanno evidenziato come i migranti arrivino spesso in Italia con già alle spalle alcune esperienze lavorative vissute prima di avere compiuto i quindici anni. Tra loro, ci sono i minori dell'Africa settentrionale con un vissuto lavorativo soprattutto nell'agricolutura e nell'artigianato e che sono qui per assecondare le intenzioni dei genitori. Diversa l'esperienza invece dei minori asiatici che per lo più hanno lavorato in fabbrica nei paesi di transito e che cercano qui un'autonomia personale. I ragazzi che arrivano invece dall'Europa dell'Est vivono in Italia le loro prime esperienze lavorative - in bar, pizzerie o come ambulanti - e arrivano per sostenere economicamente le famiglie di origine.

Save the Children ha poi realizzato un'ulteriore ricerca sulle vicende lavorative dei migranti a Roma. I ragazzi, tutti tra i dodici e i diciotto anni, hanno mostrato percorsi ed esperienze molto frammentate e diverse tra loro. I settori dove per lo più sono impiegati, irregolarmente, sono quelli dell'edilizia, la ristorazione e l'assistenza domiciliare. Purtroppo tutti percorsi caratterizzati da un elemento: "Molti di loro - dicono gli autori dell'indagine - non hanno mostrato di avere alcuna consapevolezza dei propri diritti in ambito lavorativo".

TABELLE:
1. Dove
2. Quando

Giusto per definire com'è fatta l'italia che vogli cambiare.

Guido Mastrobuono




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19 dicembre 2007

Ambiente: aumenta il trasporto su gomma e peggiora la qualità dell'aria - Il sole24ore - 19/12/07


 

Ambiente: aumenta il trasporto su gomma e peggiora la qualità dell'aria

18 dicembre 2007

L'equazione è semplice: se è vero che la qualità dell'aria incide sugli stili di vita, allora la situazione degli italiani è da declino. La nostra qualità dell'aria infatti non migliora, anzi. Nella Pianura padana, l'esposizione al Pm10 resta tra le prime in Europa insieme al Benelux, alla Polonia, alla Repubblica Ceca e all'Ungheria. Lo mette in evidenza il rapporto Apat presentato oggi a Roma che si sofferma, in modo particolare, sul livello di superamento del valore limite giornaliero nelle città italiane. Nel 2006, spiega il rapporto, il 61% delle stazioni di monitoraggio ha disatteso il valore limite giornaliero (50 microgrammi per metro cubo, da non superare più di 35 volte l'anno). "In alcune Regioni, i 35 giorni consentiti - evidenzia l'Apat - sono stati esauriti entro la prima metà di febbraio 2006". Lo hanno fatto Torino, Milano, Venezia e Bologna. Tempi più lunghi per Genova, Firenze e Bari (29 ottobre). E' il Nord d'Italia a non respirare confermandosi come "situazione più critica in tutta la nazione", mentre è meno sfavorevole il quadro rilevato al Centro-Sud anche se i limiti non sono comunque rispettati. Roma presenta i valori più elevati. Il trasporto, sottolinea l'annuario dei dati ambientali dell'Apat, rimane "la prima sorgente di inquinamento di Pm10 con un contributo complessivo del 43% sul totale, di cui il 27% proveniente dal trasporto stradale". Per contro, sono aumentati in modo considerevole dal 2003 al 2005 i provvedimenti adottati per risanare la qualità dell'aria. E' il caso di Piemonte, la Regione con i migliori indicatori di gestione della qualità dell'aria, e della Lombardia che hanno promosso misure a favore della mobilità sostenibile (16%), hanno promosso i mezzi pubblici di trasporto a basso impatto ambientale privato (15%) e pubblico (14%), insieme a provvedimenti di limitazione del traffico (14%). Le Regioni più attive da questo punto di vista sono state nel 2004 la Lombardia con 62 provvedimenti, l'Emilia Romagna con 36, il Piemonte con 27 e il Lazio con 20. L'auto si conferma il mezzo principale di spostamento per gli italiani. In Italia, infatti, si viaggia principalmente su strada e, nel 2006, rispetto al 1990 il trasporto stradale privato è aumentato del 29%, arrivando a costituire l'81,2% della domanda di trasporto passeggeri, il 75,3% del quale costituito dalle sole autovetture. Lo si legge nel rapporto secondo cui è cresciuta anche la percentuale del trasporto merci: dal 1990 al 2005 la percentuale è cresciuta del 30 per cento anche se, nel settore, le stime preliminari del 2006 segnano una contrazione di circa il 4%. Complessivamente, il trasporto merci su strada costituisce il 70% del totale. Per quanto riguarda le altre forme di spostamento, quella via mare rappresenta il 16%, quella su rotaia il 9,9% e quella aerea lo 0,4%, con un rimanente 4% relativo al trasporto dei combustibili nelle condotte di distribuzione.A livello mondiale, spiega l'Apat, l'Italia è seconda soltanto agli Stati Uniti per tasso di motorizzazione mentre è in prima posizione in Europa per il numero di veicoli per abitante compresi motocicli e vetture commerciali. L'Italia è seconda invece, dietro al Lussemburgo, nella classifica delle nazioni con il numero più alto di vetture circolanti in base alla popolazione residente. 



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 Il concetto che voglio far passare (forse con molta durezza) è il seguente: ci stanno ammazzando.
Non è una questione economica, è una questione di salute e di stabilità di questo paese.

Pensate ai supermercati senza generi alimentari.
PENSATECI! 

Guido Mastrobuono




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18 dicembre 2007

Prodi taglia le tredicesime - ilGiornale - 18/12/07


 Prodi taglia le tredicesime

Milano - «Mi ritrovo 150 euro in meno nella tredicesima. Eppure non ho uno stipendio da nababbo». Luciano è un impiegato delle Ferrovie dello Stato, abita in una piccola città di una Regione rossa. Il suo sfogo è uguale a quello di tanti italiani del ceto medio stritolati da un fisco sempre più invasivo. Aliquote, addizionali, imposte locali da un lato; inflazione, raffica di aumenti e super benzina dall’altra annunciano un 2008 all’insegna della recessione, certificata anche dalle simulazioni del Giornale pubblicate nei giorni scorsi e dalle associazioni dei consumatori. «Il mio stipendio? Quando è grasso - dice al telefono Luciano - arriviamo a 1.800 euro mensili. Una cifra commisurata alle responsabilità di chi, come me, opera in un’azienda che ha dirette responsabilità sulla sicurezza di milioni di persone».

L’ironia della sorte si nasconde dietro le mille cifre della busta paga che ci ha fornito. Dicembre 2007, netto a pagare 3.253,23 euro: 12 mesi fa erano 3.405,97 euro. «Mancano 152,74 euro nonostante un aumento di anzianità, a parità di presenze e di indennità di trasferta. Come potete rilevare - sottolinea - a dicembre 2006 e 2007 ho le medesime presenze e pressoché la medesima indennità di trasferta (204 euro nel 2006, 208 euro nel 2007) ed ho riscosso 152,74 euro in meno con una aliquota di tassazione altissima. Inoltre - aggiunge - ho anche avuto aumenti di anzianità nel 2007 e quindi la differenza è da considerarsi ancora più marcata».
Il confronto con il 2005 fa riflettere ancora di più: «Con il precedente governo, la mia tredicesima è stata di 3.366,42 euro. Quasi 40 euro in meno rispetto al 2006, 113 in più rispetto al 2007, ma in realtà a dicembre 2005 avevo solo 16 presenze contro le 21 degli altri due anni e oltre 60 euro di trasferta in meno».

Il salasso di fine anno si nasconde dietro le voci «trattenute» e «imposte» ed è consistente: 989,31 euro più 1.806,63 euro di tasse. Su quasi 6mila euro di compenso lordo, dunque (5.942,92 euro per l’esattezza) 2.689,69 euro finiscono tra Inps e fisco. Si tratta di più del 45% dello stipendio lordo ed è uno degli effetti delle nuove aliquote fiscali volute dal viceministro dell’Economia Vincenzo Visco. «È una vergogna portare la tassazione di un reddito da lavoro dipendente come il mio all’aliquota del 41%! Almeno voi ditelo che il governo Prodi ci sta riducendo alla fame!».

Luciano sorride amaro. «Con quei 152 euro avrei voluto fare a mia figlia un regalo più bello. Per fortuna che non ho da pagare un mutuo, visto che vivo nella casa che mi hanno lasciato i miei genitori, altrimenti sarei finto nei guai». Di rincari è costellato tutto il «suo» 2007. «Anche mia moglie che fa l’insegnante - racconta - ha visto 80 euro in meno nella sua tredicesima. Nella mia città l’Ici è praticamente raddoppiata (da 0,5% all’1%, ndr), mentre l’addizionale regionale Irpef è al livello massimo consentito. In più, poiché la nostra Panda è una Euro 0, ci è toccato anche pagare un sacco di soldi perché è considerato un veicolo inquinante». Il caro benzina, i rincari di alimentari e bollette ha fatto il resto.

È Luciano a puntare il dito contro la «controriforma fiscale» dell’esponente ds, che oltre ad aver ridotto la no tax area (la fascia di reddito al di sotto della quale non si pagano imposte, ndr), ha alzato le aliquote sui redditi e rimodulato il sistema di deduzioni e detrazioni ideato da Giulio Tremonti durante il governo Berlusconi per «tutelare le fasce deboli». Un sistema di dare e avere che anziché aiutare ha penalizzare proprio gli stipendi del ceto medio che si sarebbero voluti difendere. Eppure, in quei mesi, Visco si difendeva così dalle critiche del centrodestra: «La Finanziaria comprende una riforma fiscale a favore dei cittadini che hanno minori possibilità economiche, grazie a diversi strumenti come nuovi scaglioni fiscali, nuove detrazioni di imposta per lavoro e per carichi di famiglia, netto rafforzamento degli assegni familiari». Secondo i calcoli di Visco «un lavoratore dipendente con 28mila euro di reddito con coniuge e un figlio a carico guadagnerà 294 euro netti l’anno in più». Il caso «scuola» di Luciano dimostra esattamente il contrario.
felice.manti@ilgiornale.it

Mal comune, non godo un cazzo!!!

Ma che ci sto a fare in sto paese.

Guido Mastrobuono




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