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18 gennaio 2008

Sarkozy, il piazzista dell'atomo francese - La stampa - 18 gennaio


 
Sarkozy, il piazzista
dell’atomo francese
Un mercato da 1000 miliardi: Parigi ne vuole un terzo
DOMENICO QUIRICO
CORRISPONDENTE DA PARIGI
Sono previsioni da lustrare gli occhi: entro il 2030 i 435 reattori nucleari attivi nel mondo raddoppieranno. Vasti progetti sono già avviati in Cina, India, Stati Uniti, Russia, ma molti Paesi emergenti, o quasi, dal Brasile al Vietnam al Sud Africa alla Turchia, sono in piena corsa atomica. Facciamo un po’ di conti: una centrale di terza generazione costa più di tre miliardi di euro. Bisogna poi aggiungere alla fattura la fornitura dell’uranio e lo smaltimento delle scorie. Sorpresa: l’atomo, da paura, è diventato tendenza. Ecco germogliante il grande e delicato affare dei prossimi anni. La francese Areva, per esempio, leader mondiale nel settore, ha già stabilito l’ambizioso ma non irrealizzabile progetto di annettersi almeno un terzo di questi contratti. Suvvia, bisogna sfruttare al meglio il vantaggio accumulato sui concorrenti in 40 anni; nei tempi in cui la parola nucleare ammutoliva per l’effetto Cernobil, la Francia gollista scommetteva saggiamente e intrepidamente su questa energia.

Parigi prepara i reattori di nuova generazione a Flamanville, sulla costa della Manica in Normandia. E nella battaglia che si annuncia colossale dispone di un commesso viaggiatore di eccezione: Nicolas Sarkozy. Il belligero amministratore delegato di Areva, Anne Lauvergeon, ormai spunta dalla valigia di tutti i viaggi presidenziali impugnando la penna per i contratti. Il presidente ha fornito alla campagna atomica la necessaria munizione ideologica. Già in campagna elettorale si poneva la retorica domanda: «In nome di quale sopraffazione si può negare ai Paesi del Terzo mondo il diritto di avere il nucleare, si intende civile?». Non tutti sono disposti a rispondere a tono, molti dubitano. Me per intanto ecco i risultati: Marocco, Egitto, Algeria, la Libia di Gheddafi, tutto il Maghreb, sono in predicato di dotarsi di centrali marca Areva. A un promotore così autorevole difficile dire di no.

L’ultimo cliente è Abu Dhabi che ha siglato un contratto per la fornitura di due reattori da 1600 megawatt ciascuno, destinati a una centrale elettrica nucleare, con i relativi servizi per il ciclo del combustibile. Areva ha già vinto l’appalto per due reattori di terza generazione in Cina per otto miliardi di euro (dopo un’altra visita di Sarkozy), e altri due sta costruendo in Finlandia (ma i lavori sono in ritardo) e in Francia. Appalti prossimi si annunciano negli Stati Uniti, che non costruisce impianti da 30 anni ed esige di recuperare il tempo perduto. Come il Brasile di Lula che ha definito il nucleare «energia pulita che non emette CO2», potente lasciapassare per tacitare i Verdi. I nuovi Paesi dell’Unione Europea, Lituania Slovacchia Bulgaria Romania, le vogliono per svincolarsi dal vassallaggio, economico e quindi politico, dalla Russia.

Per tener dietro a questa cuccagna e fronteggiare gli altri grandi del settore come Westinghouse nascono le prime alleanze: i petrolieri di Total hanno deciso di immischiarsi in quello che appare come il settore del futuro e che al contrario dell’oro nero non contribuisce all’effetto serra e si sono congiunti ad Areva per conquistare gli appalti atomici del Vicino Oriente dove la compagnia è saldamente impiantata.

La guerra è feroce anche per l’approvvigionamento del combustibile. L’uranio è una risorsa limitata ma ancora abbondante: più di venti anni di declino del nucleare con produzione annua di non più di 60 mila tonnellate hanno bloccato i programmi di scavo. Ma non si può perdere tempo, bisogna coccolare i fornitori perché la corsa alle miniere diventerà febbrile. I pessimisti già prevedono che entro 80 anni le riserve saranno esaurite. Areva ha appena annunciato un accordo con il Niger (5000 tonnellate di uranio annuale) ed ex colonia: ha ottenuto nuove licenze di scavo, oltre le due miniere che già possiede, ma pagherà il doppio che ora. Nel Niger per l’uranio c’è già una guerra. La prima: gli indipendentisti tuareg infatti esigono una parte dei guadagni dell’estrazione, accusando il governo centrale e la Francia di «furto».

Un piccolo saggio dei problemi politici che si delineano sullo sfondo. Il passaggio da una tecnologia civile alla Bomba è di poca larghezza, ricordano molti analisti, criticando i disinvolti e interessati apostolati atomici francesi. Costruire centrali in Paesi senza meccanismi di democrazia, dove le possibilità di controllo da parte dell’Agenzia Internazionale della Energia saranno subordinate al gusto dei regimi, non significa scoperchiare il pozzo a nuovi casi Iran? Nel serpaio del Vicino Oriente la diffusione del nucleare seppur civile non ha nella pratica un brutto rovescio? Sarkozy per ora sventola in faccia agli scettici le cifre del fatturato atomico. Basterà?


Così i francesi, che prima stavano come noi, si occupano di PRODURRE la ricchezza che poi potranno redistribuire. 

Guido Mastrobuono





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17 gennaio 2008

Cosa è morto con i ragazzi della Thyssen


 
 

 
GLI OPERAI DI TORINO DIVENTATI INVISIBILI
I superstiti della Thyssen un mese dopo il rogo "Per la politica e il Paese non siamo mai esistiti"

di Ezio Mauro (la Repubblica, 11 gennaio 2008)

<<Turno di notte vuol dire che monti alle 22. Sono abituato. Quel mercoledì sera, il 5 dicembre, sono arrivato come sempre un quesrto d'ora prima, ho posato la macchina, ho preso lo zainetto e sono entrato col mio tesserino: Pignalosa Giovanni, 37 anni, diplomato ragioniere, operaio alla Thyssen-Krupp, rimpiazzo, cioè jolly, reparto finitura. Salgo, guardo il lavoro che mi aspetta per la notte e vedo che ho solo un rotolo da fare.>>
<<Allora vado prima a trovare quelli della linea 5, devo dire una cosa ad Antonio Boccuzzi, ma poi arrivano gli altri e si finisce per parlare tutti insieme del solito problema. Il 30 settembre la nostra fabbrica chiuderà, a febbraio si fermerà per prima proprio la 5, stiamo cercando lavoro e non sappiamo dove trovarlo. Duecento se ne sono già andati, i più esperti, i manutentori, molti alla Teksfor di Avigliana. Noi mandiamo il curriculum in giro, con le domande. L'azienda se ne frega, la città anche. Chiediamo agli amici, ai parenti operai che hanno un posto. Chi può cerca altre cose, Toni "Ragno" dice cha ha la patente del camione prova con le ditte di trasporti: gli piacerebbe, tanto ogni giorno fa già adesso 75 chilometri per arrivare all'acciaieria e 75 per tornare a casa. Bruno ha deciso, il 29 chiude con la fabbrica e apre un bar con Anna, Angelo ha provato a farsi trasferire alla Thyssen di terni, la casa madre, ma poi è tornato indietro per la famiglia. Parliamo solo di questo, come tutte le notti, abbiamo il chiodo fisso. E' brutto essere giovani e arrivare per ultimi. La Thyssen qui in giro la chiamano la fabbrica dei ragazzi, perchè dei 180 che siamo rimasti il 90 per cento ha meno di trent'anni. Ma questo vuol dire che quando tutt'attorno chiude la siderurgia e Toirno non fa più un pezzo d'acciaio che è uno, chi ti prende se sai fare solo quello? Eppure siamo specializzati, superspecializzat
i, non puoi sostituirci con un operaio qualsiasi che non abbia fatto almeno 6 mesi di formazione per capire come si lavora l'acciaio. E infatti ci pagano di più, uno del quinto livello alla Fiat prende 1400 euro, qui con i turni disagiati, la maggiorazione festiva, il domenicale arrivi a 1700 anche 1800 senza straordinario. Non ti regalano niente, sia chiaro, perchè lavori per sei giorni e ne fai due di riposo, quindi ti capitano un sabato e domenica liberi ogni sei settimane, non come a tutti i cristiani. Ma la siderurgia è così, lavoriamo divisi in squadre e quando smonta una monta l'altra perchè le macchine non si fermano, 24 ore su 24, questo è l'acciaio.

Che poi, se ci fermassimo noi si ferma l'Italia perchè siamo i primi, senza l'acciaio non si vive, dai lavandini alla ascensore, alle monete, alle posate, siamo la base di tutta l'industria manifatturiera, dal tondino per l'edilizia alle lamiere per le fabbriche, agli acciai speciali. E quando parlo di acciaio intendo l'inox 18-10, cioè 18 di cromo e 10 di nichel, roba che a Torino si fa soltanto qui da noi, che è come l'oro visto che il titanio viaggia a 35 euro al chilo e noi facciamo rotoli da sei, settemila chili. Eppure tutto questo finirà, sta proprio per finire, Torino resterà senza, siamo come le quote latte. E' chiaro che ne parliamo tutte le sere, come si fa? Comunque, a un certo punto, sarà mezzanotte e mezza, io saluto tutti, e dico che vado afare quel rotolo che mi aspetta. Salgo, e lì sotto comincia l'inferno. E' una parola che si usa così, come un modo di dire. Ma avete idea di com'è davvero l'inferno>>?

Se a Torino chiedi degli operai della Thyssen, ti indicano il cimitero. Bisogna prendere il viale centrale, passare davanti ai cubi con i nomi dei partigiani, andare oltre le tombe monumentali della “prima ampliazione”, girare a sinistra dove ci sono i nuovi loculi. Lì in basso, come una catena di montaggio, hanno messo Antonio Schiavone, 36 anni (detto “Ragno” per un tatuaggio sul gomito), morto per primo la notte stessa, Angelo Laurino, 43 anni, morto il giorno dopo come Roberto Scola, 32 anni. Subito sotto, Rosario Rodinò, 26 anni, che è morto dopo 13 giorni con ustioni sul 95 per cento del corpo e Giuseppe Demasi, anche lui 26 anni, ultimo dei sette a morire il 30 dicembre dopo 4 interventi chirurgici, una tracheotomia, tre rimozioni di cute con innesti e una pelle nuova che doveva arrivare il 3 gennaio per il trapianto, ed era in coltura al Niguarda di Milano. Ci sono i biglietti dei bambini appesi con lo scotch, come quello di Noemi per Angelo, ci sono le sciarpe della Juve, mazzi di fiori piccoli col nailon appannato dall'umidità, un angelo azzurro disegnato da Sara per Roberto, quattro figure colorate di rosso da un bambino per Giuseppe, tra Gesù dorati, due lumini per terra. Attorno alle cinque tombe, una striscia azzurra tracciata dal Comune le separa dagli altri loculi. E' un idea del sindaco Sergio Chiamparino e del suo vice Tom Dealessandri, una sera che ragionavano sulla tragedia della Thyssen. Se tra un anno, cinque, dieci, qualcuno vorrà ricordarla, parlarne, partire da quei morti per discutere sulla sicurezza nel lavoro, ci vuole un posto, e non ci sarà neppure più la fabbrica, non ci sarà più niente: mettiamoli insieme quelli che non hanno una tomba di famiglia; hanno lavorato insieme e sono morti insieme. Quelle fotografie di ragazzi sono le uniche tra i loculi, le altre sono di vecchi e dove non c'è la foto c'è la data: 1923, 1925, 1935, 1919, anche 1912. Intorno, un telone nasconde lo scavo di una gru nel campo del cimitero, si sente solo il rumore in mezzo ai fiori, ma c'è lavoro in corso. Siamo a Torino, dice un guardiano, è la solita questione: lavoro, magari invisibile, ma lavoro.

<<Dunque, ero da solo, con la gru in movimento. Il mio lavoro si può fare così. Alla linea 5 invece il turno montante era completo. Mancavano due operai, ma si sono fermati in straordinario Antonio Boccuzzi e Antonio Schiavone, anche se avevano già fatto il loro turno, dalle 14 alle 22. Quella tecnicamente è una linea tecnico-chimica per trattare l'acciaio, temprarlo e pulirlo per poi poterlo lavorare. Stiamo parlando di una bestia di forno a 1180 gradi, lungo 40-50 metri, alto come un vagone a due piani, e lì dentro l'acciaio viaggia a 25 metri al minuto se è spesso e a 60 metri se è sottile, per poi andare nella vasca dell'acido solforico e cloridrico che gli toglie l'ossido creato dalla cottura nel forno. La squadra di 5 operai sta nel pulpito, come lo chiamiamo noi, una stanzetta col vetro e i comandi. Ci sono anche il capoturno Rocco Marzo e Bruno Santino, addetto al trenino che porta il rullo da una campata dello stabilimento all'altra. Manca poco all'una. So com'è andata. Il nastro scorre a velocità bassa, sbanda, va contro la carpenteria, lancia scintille, l'olio e la carta fanno da innesco, c'è un principio di incendio. Loro pensano che sia controllabile, come altre volte. Escono dal pulpito, si avvicinano, provano con gli estintori, ma sono scarichi. Un flessibile pieno d'olio esplode in quel momento, passa sul fuoco come una lingua e sputa in avanti, orizzontale, è un lanciafiamme. Non li avvolge, li inghiotte. Boccuzzi è proprio dietro un carrello elevatore per prendere un manicotto, e quel muletto lo ripara salvandolo. Vede un'onda, sente la vampa di calore che lo brucia per irradiazione, ma si salva. Gli altri sono divorati mentre urlano e scappano. Piomba in finitura il gruista della terza campata, corri mi dice, corri, è scoppiata la 5, sono tutti morti. Non ci credo, ma si avvicina urlando, è bianco come uno straccio e sta piangendo. Corro, torno indietro, metto in sicurezza la gru, corro, non penso a niente, corro e li vedo>>.

I tre funerali sono diversi. Prima lo choc, il dolore, la paura. Poi la rabbia. Egla Scola, che ha vent'anni e due figli di 17 mesi e tre anni, in chiesa ha urlato verso la bara di Roberto: vieni a casa, adesso. La madre di Angelo Laurino gli ha detto: ora aspettami. Il padre di Bruno Santino, anche lui vecchio operaio Thyssen, l'abbiamo visto tutti in televisione urlare bastardi e assassini, con la foto del figlio in mano. Il giorno della sepoltura di Rocco Marzo arriva la notizia che è morto Rosario Rodinò, dopo quasi due settimane di agonia. Ciro Argentino strappa la corona di fiori della Thyssen, i dirigenti dell'azienda entrano in chiesa dalla sacrestia, se ne vanno dalla stessa porta. Fuori ci sono soprattutto operai, in duomo come a Maria Regina della Pace in corso Giulio Cesare, come nella chiesa operaia del Santo Volto con la croce sopra la vecchia ciminiera trasformata in campanile. Attorno il fantasma della Torino operaia che fu. Qui dietro c'erano una volta la Michelin Dora, la Teksid, i 13mila delle Ferriere Fiat dentro i capannoni della tragedia, poi venduti alla Finsider dell'Iri, che negli anni Novanta ha rivenduto alla Thyssen. Che adesso chiude. Sequestrata per la tragedia, con i cancelli chiusi e un albero trasformato in altare (“ciao, non siamo schiavi” ha scritto un operaio della carrozzeria Bertone), già adesso l'impianto della morte è uno scheletro vuoto, inutile, proprio dove la città finisce e comincia la tangenziale, con le montagne piene di neve dritte davanti. La gente conosce il posto perchè lì c'è un autovelox famoso per sparare multe a raffica. Ma non sa la storia della Thyssen. Ciro dice che un pezzo di Torino non sapeva nemmeno dei morti, e alla manifestazione c'erano trentamila persone , ma era la città operaia, e pochi altri. Come se fosse un lutto degli operai, non una tragedia nazionale. Anzi, uno scandalo della democrazia. Chi lavora l'acciaio sa di fare un mestiere pericoloso, dice Luciano Gallino, sociologo dell'industria, perchè macchine e materiali che trasformano il metallo sovrastano ogni dimensione umana, con processi di fusione, forgiature a caldo, lamiere che scorrono, masse in movimento. C'è fatica, rumore, occhio, tecnica, esperienza, senso di rischio, concentrazione. E allora, spiega Gallino, proprio qui nell'acciaio non si possono lasciar invecchiare gli impianti e deperire le misure di sicurezza, non si può ricorrere allo straordinario con tre, quattro ore oltre alle otto normali. Invece l'Asl dice oggi di aver accertato 116 violazioni alla Thyssen. Le assicurazioni Axa lo scorso anno avevano declassato la fabbrica proprio proprio per mancanza di sicurezza, portando la franchigia da 30 a 100 milioni all'anno. Per tornare alla vecchia franchigia, bisognava fare interventi di prevenzione, tra cui un sistema antincendio automatico proprio sulla linea 5, dal costo di 800 milioni. From Turin, ha risposto l'azienda, dopo che Torino avrà chiuso.

<<Il primo è Rocco Marzo, il capoturno, che aveva addosso la radio e il telefono interno, bruciati nel primo secondo. Appare all'improvviso, al passaggio tra la linea 4 e la 5. Non avevo mai visto un uomo così. Anzi sì: dal medico, quei tabelloni dov'è disegnato il corpo umano senza pelle, per mostrarti gli organi interni. La stessa cosa. Le fasce muscolari, i nervi, non so, tutto in vista. Occhi e orecchie non parliamone. Non mi vede, non può vedere, ma sente la mia voce che lo chiama, si gira, barcolla, cerca la voce, mi riconosce. “Avvisa tu mia moglie, Giovanni, digli che mi hai visto, che sto in piedi, non li far preoccupare”. Lo tocco, poi mi fermo, non devo. Ha la pelle, ma non è più pelle, come una cosa dura e sciolta. Un operatore di qualità continua a saltarmi attorno, cosa facciamo? Mando via tutti quelli che piangono, che urlano, che sono sotto choc e no servono, non aiutano. Dico di non toccare Rocco, di scortarlo con la voce fuori: gli chiedo se se la sente di seguire i compagni, di seguire la voce. Va via, lo guardo mentre dondola e sembra cadere ad ogni passo, mi sembra di impazzire. Mi butto avanti, tutta la campata è piena di fumo nero, bruciano i cavi di gomma, i tubi con l'acido, i manicotti. Vedo Boccuzzi che corre in giro a cercare una pompa, mi vede e mi urla in faccia: “Li ho tirati fuori, li ho tirati fuori. Ma Antonio Schiavone è vivo e sta bruciando li per terra”. In quel momento Schiavone urla nel fuoco. Tre grida. E tutte e tre le volte Toni Boccuzzi cerca di gettarsi tra le fiamme e dobbiamo tenerlo,ma lui ripete come un matto: “Il fuoco lo sta mangiando”. Dico di portarlo via, fuori. Mi volto, e mi sento chiamare: “Giovanni, Giovanni”. Non ci credo, guardo meglio, non si vede niente. Sono Bruno Santino e Giuseppe Demasi, due fantasmi bruciati, consumati dal fuoco eppure in piedi. Non mi sentono più parlare, non sanno dove andare, in che direzione cercare, sono ciechi. Poi Demasisi muove, barcolla verso la linea 4 tenendosi le mani davanti, come se fosse preoccupato di essere nudo. Mi avvicino e lo chiamo, si volta, chiama Bruno. Guardo la loro pelle, scivolata via, non so cosa dire e loro mi cercano:”Giovanni, sei qui vicino? Guardaci, guardaci la faccia: com'è? Cosa ci siamo fatti, Giovanni?”

Dicono gli operai che i sette, alla fine, sono morti perchè da tempo erano diventati come invisibili. Si spiegano con le parole di Ciro Argentino e Peter Adamo, trent'anni: l'operaio ovviamente esiste, cazzo se esiste, manda avanti un pezzo di Paese, e soprattutto a Torino lo sanno tutti. Ma esiste in fabbrica e non fuori, nel lavoro e non nella testa della politica . Ma lo sapete voi, aggiunge Fabio Carletti della Fiom, che nell'assemblea del Pd appena eletta a Torino non c'è nemmeno un operaio? Che in tutto il Consiglio comunale ce n'è uno, perchè il sindacato si è trasformato in lobby e ha minacciato di fare una lista operaia separata, supremo scandalo per la sinistra? Dice Peter che l'invisibilità la senti tutto il giorno, quando vai a comprare il pane, quando esci la sera. Per le storie veloci con le ragazze in discoteca, fai prima a dire che sei un rappresentante, vai più sul sicuro. Non è rifiuto o disprezzo, aggiunge Davide Provenzano, 26 anni, è che sei di un altro pianeta. Credono di poter fare a meno di te. Da bambino, spiega, vedevo con mio padre al telegiornale le notizie sul contratto dei metalmeccanici, “undici milioni di tute blu scendono in piazza”, adesso non si sa quanti siamo, un milione e sette, uno e otto? Il sindaco Chiamparino sa di chi è la colpa: quelli che pensano alla modernità come a una sostituzione, l'immateriale, l'effimero al posto del manifatturiero, mentre invece è moderno chi gestisce la complessità, la fine di una cosa con l'inizio dell'altra, copravvivenze importanti e novità salutari. “Chiampa” dice che lui non potrebbe dimenticare gli operai, la sua famiglia viene dalla fabbrica, il figlio di suo fratello ha la stessa età e fa il lavoro dei ragazzi della Thyssen, però è vero che i riformisti non usano più quella parola, operaio. E tuttavia non si può tornare agli anni Settanta. E la città non è indifferente, non si può misurare il funerale operaio col metro del funerale dell'Avvocato, in quel caso la partecipazione era anche un modo di dire “io c'ero”, mentre qui voleva dire “voi ci siete”. E poi pensiamo sempre a Mirafiori, dove cresceva l'erba sull'asfalto, tutto era abbandonato, tutto è rinato. Il sindaco ha aiutato Marchionne, l'amministratore delegato Fiat ha aiutato Chiamparino. I due si vedono qualche sera per giocare a scopa col vicesindaco e un ufficiale dei carabinieri, ma in pubblico si danno del voi, perchè questa è Torino. Anche se Marchionne voleva strappare, e andare al funerale al funerale operaio della Thyssen. Poi si è fermato, dice, per paura che la sua presenza diventasse una specie di comizio silenzioso. Ha radunato i suoi e ha detto: che non capiti mai qui. Un incidente può sempre scoppiare, ma non per incuria verso la tue gente e il suo lavoro. Mai, mettetemelo per scritto. Solo in Italia, spiega ancora Marchionne, operaio diventa una brutta parola, nel mondo indica quelli che fanno le cose, le producono. E tuttavia, avverte il professor Marco Revelli, Torino è sempre più Moriana di Calvino, la città con un volto di marmo e di alabastro e uno di ferro e di cartone, e una faccia non vede più l'altra. Gli operai della Thyssen, anche per la loro età, non hanno riti separati, tradizioni private, fanno una vita perfettamente visibile nella sua normalità. Dopo la fabbrica si incontrano indifferentemente alla Fiom o al Mc Donald's di via Pianezza, Peter ha la moglie laureata e vede tutta gente del suo giro, ai funerali hanno messo musica dei Negramaro, hanno portato anche la maglia di Del Piero. Ma ti dicono che l'invisibilità sociale li rende deboli, la debolezza e la solitudine portano a scambiare straordinari per sicurezza, il Paese li convince a vivere in una geografia immaginaria, dove per dieci anni ha contato solo la cometa del Nordest, solo l'illusione del lavoro immateriale, solo il consumatore e non il produttore, e persino la parla lavoro è stata poco per volta sostituita da altre cose: saperi, competenze, professionalità. Questa fragilità- culturale? Politica? Sociale? - li espone. Il cardinal Poletto, che ha fatto l'operaio da ragazzo (il mattino in officina, il pomeriggio in canonica) ha detto ad ogni funerale cose semplici ma solide perchè autentiche: la città ha reagito ma non basta, serve un sussulto, la ricerca sacrosanta del profitto non può danneggiare la sicurezza oppure la vita di chi lavora. La sinistra ha detto meno del Cardinale.

<<Nessuno sa cosa fare davanti a una cosa così. Due compagni di lavoro carbonizzati, e ancora vivi. Uno ha preso due giacconi, glieli ha buttati addosso. “Giovanni aiutaci – dicevano – portaci via”. Ragazzi, ho provato a rassicurarli, l'importante è che siate in piedi, io non so se posso toccarvi, non posso prendervi per mano, ma vi portiamo fuori, vi facciamo da battistrada. Due passi e trovo per terra Rosario Rodinò, Angelo Laurino e Roberto Scola. Statue di cera che si sciolgono l'olio che frigge, non c'è più niente, i baffi di Rocco, i capelli di Robi, solo la voce, mi accoccolo vicino a Laurino, gli parlo. Si volta: “Dimmi che starai vicino ai miei”. Scola ripete che ha due figli piccoli, “non potete farmi morire”. Rodinò sembra più calmo: “non pensare a me, io sto meglio,occupati di loro”. Poi, quando ritorno da lui mi chiede: “Come sono in faccia? Cosa vedi?” Arrivano i pompieri, poco per volta li portano via. Un vigile mi dice che stanno morendo, ma il fuoco gli ha mangiato le terminazioni nervose, per questo resistono al dolore. Non so se è vero, non capisco più niente, ho quei manichini davanti agli occhi. Prendo un pompiere per il bavero, e gli urlo che Schiavone è ancora a terra da qualche parte, devono salvarlo. Mi dice che lo hanno portato via e che devo andarmene, perchè il fumo sta divorando anche me. Stacchiamo la tensione a tutta la linea, blocchiamo il flusso degli acidi, dei gas, dell'elettricità. Tutto si ferma alla ThyssenKrupp, probabilmente per sempre. Non ho più niente da fare>>.

Al cimitero hanno messo le sigarette sopra ogni tomba. Un pacchetto di Diana per Angelo, due sigarette sciolte vicino alla fotografia di Antonio, una sulla sciarpa di Roberto, le Marlboro per Giuseppe e per Rosario. Subito non capisco, poi sì. I ragazzi di oggi non comprano più le sigarette, ma i ragazzi operai sì, le hanno sempre in tasca. Metterle lì, tra i fiori dei morti, è un modo per riconoscerli, per renderli visibili.






 
Ho dovuto riscriverlo a mano, mi ci è voluto del tempo, ma credo che valga la pena leggerlo.
Almeno per chi, come me, viene da una famiglia in cui almeno uno dei genitori usciva di casa alle 21 perchè il turno di notte cominciava alle 22...

Alessandro Rossi





permalink | inviato da Aperouge il 17/1/2008 alle 14:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa



15 gennaio 2008

Perchè i Sindacati hanno rifiutato il contratto di Lavoro Metalmeccanici


 

Comunicato della delegazione Fiom

alla trattativa Federmeccanica

La Fiom-Cgil considera inaccettabile la proposta finale per l’accordo di rinnovo del Ccnl presentata da Federmeccanica, che fra l’altro nei fatti costituisce un arretramento delle posizioni precedentemente assunte, già giudicate irricevibili.

In particolare sul salario la nuova proposta di 120 euro mensili lordi a regime in 30 mesi, in realtà equivale a 96 euro in 24 mesi contro i 117 euro richiesti, e anche sulle altre richieste salariali le risposte sono insufficienti.

Sull’orario non è accettabile l’aumento di 16 ore dello straordinario obbligatorio e la trasformazione di due giornate di permessi annui retribuiti (Par) in giornate lavorative a discrezione delle imprese.

Sull’inquadramento la soluzione proposta per la 3° categoria non risponde alla nostra richiesta di veder riconosciuta e premiata la polivalenza professionale delle lavoratrici e dei lavoratori.

Sulla parificazione operai ed impiegati non è accettabile che ai nuovi assunti non siano riconosciute le 11 ore annue che compensano la mensilizzazione.

Nello stesso tempo la proposta di Federmeccanica peggiora la situazione esistente sulla maturazione delle ferie aggiuntive proponendo per gli operai in forza e per tutti i nuovi assunti sia operai che impiegati la maturazione, dopo 18 anni, di 3 giornate in luogo di 5.

La proposta presentata da Federmeccanica è sostanzialmente ultimativa.

La delegazione sindacale definirà ulteriori iniziative di lotta a sostegno del negoziato.

Roma, 14 gennaio 2008


 
Ieri ho sentito la notizia al TG, suonava più o meno come "I Sindacati rifiutano 120 euro di aumento per i lavoratori Metalmeccanici. Salta il tavolo delle trattative." Questo è il commento della CGIL, così com'è stato comunicato alle parti in causa (Ministeri compresi), è disponbile sul sito della FIOM-CGIL ed è quello che, credo, avrebbero dovuto comunicare i giornalisti per spiegare cosa è che non va bene dell'accordo, ovviamente dopo aver illustrato l'accordo, anch'esso disponibile sul sito della FIOM-CGIL, che è http://www.fiom.cgil.it/
Per inciso, questa non è politica, è informazione, le stesse notizie le trovate su qualsiasi sito istituzionale, dal Ministero, alla Federmeccanica.
Tanto era dovuto per chiarezza.
Alessandro Rossi






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20 dicembre 2007

Mutui, metà delle famiglie a rischio - Giornale - 20/12/2007


Mutui, metà delle famiglie a rischio 

Roma - Oltre la metà (52,7%) delle famiglie con un mutuo in corso è esposta al rischio di aumenti del tasso d’interesse, perché ha stipulato un prestito a tasso variabile. Lo afferma il 25° rapporto Bnl-Centro Einaudi sul risparmio in Italia, secondo cui il 23,9% degli italiani ha un mutuo ipotecario che, nel 74,2% dei casi, è stato fatto per comprare casa. In particolare, ha un mutuo a tasso variabile più della metà delle persone che si sono dichiarate per niente favorevoli a correre rischi negli investimenti finanziari. Questo "solleva qualche dubbio sull’effettiva consapevolezza di queste famiglie circa il possibile impatto economico di questa esposizione sulle loro finanze".

Manca la consapevolezza del rischio Al campione di studio è stato chiesto quindi se un futuro aumento dei tassi da parte della Bce potesse creare delle difficoltà nel servizio del debito. La domanda è stata rivolta anche ai mutuatari a tasso fisso, "che non avrebbero dovuto segnalare alcuna preoccupazione". Tuttavia, le risposte ottenute "hanno messo in luce che un’importante quota di mutuatari a tasso fisso non è affatto consapevole di essere protetta dal rischio d’interesse. Inoltre, tra gli indebitati a tasso variabile c’è una situazione di potenziale tensione finanziaria non trascurabile".

Solo uno su quattro si dice tranquillo "Soltanto il 25,6% degli intervistati con un mutuo a tasso variabile - sottolineano i ricercatori - si dichiara infatti del tutto tranquillo di fronte all’eventualità di un aumento dei tassi (di cui il 9,6% grazie all’imminente scadenza del prestito). Il 32% degli intervistati esposti al rischio di tasso, invece, ritiene che anche un aumento modesto potrebbe porlo in difficoltà. Peraltro il 70% di questi ultimi, durante il 2006, non è riuscito ad accantonare alcun risparmio".

Credito al consumo C’è poi, secondo il rapporto, un altro fenomeno in crescita tra le famiglie italiane: il credito al consumo. Negli ultimi tre anni, "l’adesione al servizio è cresciuta di oltre il 6%". Inoltre, il credito al consumo si sta diffondendo in tutte le categorie di risparmiatori, "perdendo la connotazione di strumento di nicchia". Il ricorso al credito al consumo risponde a un’ampia serie di esigenze di acquisto: la finalità principale è comprare l’auto (per il 64,4% dei casi), ma ci sono anche gli acquisti di elettronica al consumo (20,7%), di mobili (11,5%), di viaggi (2,3%) e le spese per ristrutturare la casa (3,4%).

Giusto per iniziare a pensarci.

Guido Mastrobuono




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20 dicembre 2007

Bambini senza diritti e progetti futuri - Repubblica 20/12/07


 

Minori al lavoro, in italia sono 500 mila
“Bambini senza diritti e progetti futuri”

Per un quinto si tratta di esperienze che durano tutto l’anno. Più esposti gli stranieri tra gli 11 e i 14 anni che appartengono a famiglie con un solo reddito. Sono 80 mila i piccoli migranti coinvolti dal fenomeno. Gli italiani soprattutto in negozi e bar. Gli stranieri in strada e per le case. I risultati dell’indagine di Save the Children e Ires-Cgil. TABELLE: 1. Dove 2. Quando

di FEDERICO PACE



Il disagio economico prende varie forme. Una delle più insopportabili è quelle del lavoro dei piccoli e dei piccolissimi. Minori al lavoro in botteghe artigianali, in negozi, per strada e anche in casa. Piccoli costretti a essere “precoci” in un ambito che li allontana dalla scuola, dal loro tempo e dai loro desideri. Quello del lavoro minorile è un fenomeno che in Italia coinvolge cinquecentomila bambini e adolescenti. Tra loro, ci sono 80mila stranieri. A lanciare l’allarme è l’ultima indagine di Save the Children e Ires Cgil presentata oggi a Roma.

La componente dei minori che rischia più di altre di finire in questa trappola, è quella dei piccoli migranti tra gli undici e i quattordici anni che vivono, in un’area geografica ad alta disoccupazione, con un solo genitore. In Italia purtroppo non accade di rado. Le situazioni limite non sono poche e il tasso di povertà dei minori (17 per cento) è tra più elevati nei paesi evoluti.

In questo scenario il lavoro minorile si intreccia e si sovrappone al fenomeno dello sfruttamento dei minori stranieri, al lavoro nero, a situazioni, sempre più diffuse, in cui i minori sono costretti a contribuire al reddito familiare e sono impossibilitati a dare la giusta priorità alla scuola e al tempo libero. “E’ necessario concentrarsi su questi fenomeni – ha detto Valerio Neri, direttore generale di Save The children – affinché si abbia una ricaduta positiva anche sulla mancanza di approccio basato sui diritti e di una progettualità futura”.

Per questi minori non si tratta di esperienze saltuarie e residuali. Per molti, quello del lavoro prende la forma di una vicenda che assorbe energie in maniera totale e che accentua ancora di più il rischio di rimanere ai margini della società. Secondo i dati dell’indagine, tanti sono queli con un impegno giornaliero costante lungo l'arco dell'intero anno, e spesso chi è coinvolto in un’attività di lavoro precoce ha già avuto più di una esperienza.

Un quarto dei minori italiani viene costretto a lavorare per tutto l'anno, mentre un altro 33 per cento lo fa solo in alcuni periodi dell'anno, e il 42 per cento quando capita (vedi tabella).

La periodicità del lavoro diventa ancora più strutturata se si guarda alla componente dei piccoli migranti. Nel loro caso, ci si ritrova davanti a esperienze di lavoro continuate per tutti i dodici mesi dell'anno nel 42 per cento dei casi, con picchi che arrivano al 59 per cento nel caso dei cinesi.

Agostino Megale, presidente di Ires Cgil, ha sottilineato come sia necessario "attivare un monitoraggio sul tema, coordinato dall'Istat e finalizzato a superare l'incertezza sul dimensionamento del fenomeno come previsto nella nuova edizione della Carta di impegni per promuovere i diritti dell'infanzia e dell'adolescenza ed eliminare lo sfruttamento del lavoro minorile" .

Per quanto ai luoghi di lavoro, il ventisei per cento degli italiani viene impiegto in negozi, un quattordici per cento in bar, ristoranti e pizzerie, mentre un dodici per cento lavora “in strada”. I minori migranti sono spesso inseriti in contesti meno protetti dove le situazioni sono più “difficili” e al limite con la legalità. Uno su tre lavora per strada come ambulante o in alcuni casi svolgendo attività di accattonaggio (vedi tabella). Nel caso dei cinesi, sei su dieci si ritrovano in un laboratorio artigianale tessile o di pelletteria con un’esposizione a materiali e macchinari pericolosi e con orari inadeguati alla loro età.

Le esperienze di lavoro si realizzano soprattutto all'interno delle realtà familiari. Accade così al 90 per cento dei cinesi e al 56 per cento di tutti gli stranieri e al 63 per cento degli italiani. Lavorano presso amici, parenti o conoscenti un altro terzo dei piccoli italiani e stranieri. La quota più elevata di lavoranti i presso terzi (il 9 per cento) si riscontra tra gli italiani.

Nell'approfondimeto monografico sui minori stranieri non accompagnati presenti nel Lazio, gli autori dell'indagine hanno evidenziato come i migranti arrivino spesso in Italia con già alle spalle alcune esperienze lavorative vissute prima di avere compiuto i quindici anni. Tra loro, ci sono i minori dell'Africa settentrionale con un vissuto lavorativo soprattutto nell'agricolutura e nell'artigianato e che sono qui per assecondare le intenzioni dei genitori. Diversa l'esperienza invece dei minori asiatici che per lo più hanno lavorato in fabbrica nei paesi di transito e che cercano qui un'autonomia personale. I ragazzi che arrivano invece dall'Europa dell'Est vivono in Italia le loro prime esperienze lavorative - in bar, pizzerie o come ambulanti - e arrivano per sostenere economicamente le famiglie di origine.

Save the Children ha poi realizzato un'ulteriore ricerca sulle vicende lavorative dei migranti a Roma. I ragazzi, tutti tra i dodici e i diciotto anni, hanno mostrato percorsi ed esperienze molto frammentate e diverse tra loro. I settori dove per lo più sono impiegati, irregolarmente, sono quelli dell'edilizia, la ristorazione e l'assistenza domiciliare. Purtroppo tutti percorsi caratterizzati da un elemento: "Molti di loro - dicono gli autori dell'indagine - non hanno mostrato di avere alcuna consapevolezza dei propri diritti in ambito lavorativo".

TABELLE:
1. Dove
2. Quando

Giusto per definire com'è fatta l'italia che vogli cambiare.

Guido Mastrobuono




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19 dicembre 2007

Ambiente: aumenta il trasporto su gomma e peggiora la qualità dell'aria - Il sole24ore - 19/12/07


 

Ambiente: aumenta il trasporto su gomma e peggiora la qualità dell'aria

18 dicembre 2007

L'equazione è semplice: se è vero che la qualità dell'aria incide sugli stili di vita, allora la situazione degli italiani è da declino. La nostra qualità dell'aria infatti non migliora, anzi. Nella Pianura padana, l'esposizione al Pm10 resta tra le prime in Europa insieme al Benelux, alla Polonia, alla Repubblica Ceca e all'Ungheria. Lo mette in evidenza il rapporto Apat presentato oggi a Roma che si sofferma, in modo particolare, sul livello di superamento del valore limite giornaliero nelle città italiane. Nel 2006, spiega il rapporto, il 61% delle stazioni di monitoraggio ha disatteso il valore limite giornaliero (50 microgrammi per metro cubo, da non superare più di 35 volte l'anno). "In alcune Regioni, i 35 giorni consentiti - evidenzia l'Apat - sono stati esauriti entro la prima metà di febbraio 2006". Lo hanno fatto Torino, Milano, Venezia e Bologna. Tempi più lunghi per Genova, Firenze e Bari (29 ottobre). E' il Nord d'Italia a non respirare confermandosi come "situazione più critica in tutta la nazione", mentre è meno sfavorevole il quadro rilevato al Centro-Sud anche se i limiti non sono comunque rispettati. Roma presenta i valori più elevati. Il trasporto, sottolinea l'annuario dei dati ambientali dell'Apat, rimane "la prima sorgente di inquinamento di Pm10 con un contributo complessivo del 43% sul totale, di cui il 27% proveniente dal trasporto stradale". Per contro, sono aumentati in modo considerevole dal 2003 al 2005 i provvedimenti adottati per risanare la qualità dell'aria. E' il caso di Piemonte, la Regione con i migliori indicatori di gestione della qualità dell'aria, e della Lombardia che hanno promosso misure a favore della mobilità sostenibile (16%), hanno promosso i mezzi pubblici di trasporto a basso impatto ambientale privato (15%) e pubblico (14%), insieme a provvedimenti di limitazione del traffico (14%). Le Regioni più attive da questo punto di vista sono state nel 2004 la Lombardia con 62 provvedimenti, l'Emilia Romagna con 36, il Piemonte con 27 e il Lazio con 20. L'auto si conferma il mezzo principale di spostamento per gli italiani. In Italia, infatti, si viaggia principalmente su strada e, nel 2006, rispetto al 1990 il trasporto stradale privato è aumentato del 29%, arrivando a costituire l'81,2% della domanda di trasporto passeggeri, il 75,3% del quale costituito dalle sole autovetture. Lo si legge nel rapporto secondo cui è cresciuta anche la percentuale del trasporto merci: dal 1990 al 2005 la percentuale è cresciuta del 30 per cento anche se, nel settore, le stime preliminari del 2006 segnano una contrazione di circa il 4%. Complessivamente, il trasporto merci su strada costituisce il 70% del totale. Per quanto riguarda le altre forme di spostamento, quella via mare rappresenta il 16%, quella su rotaia il 9,9% e quella aerea lo 0,4%, con un rimanente 4% relativo al trasporto dei combustibili nelle condotte di distribuzione.A livello mondiale, spiega l'Apat, l'Italia è seconda soltanto agli Stati Uniti per tasso di motorizzazione mentre è in prima posizione in Europa per il numero di veicoli per abitante compresi motocicli e vetture commerciali. L'Italia è seconda invece, dietro al Lussemburgo, nella classifica delle nazioni con il numero più alto di vetture circolanti in base alla popolazione residente. 



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 Il concetto che voglio far passare (forse con molta durezza) è il seguente: ci stanno ammazzando.
Non è una questione economica, è una questione di salute e di stabilità di questo paese.

Pensate ai supermercati senza generi alimentari.
PENSATECI! 

Guido Mastrobuono




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18 dicembre 2007

Prodi taglia le tredicesime - ilGiornale - 18/12/07


 Prodi taglia le tredicesime

Milano - «Mi ritrovo 150 euro in meno nella tredicesima. Eppure non ho uno stipendio da nababbo». Luciano è un impiegato delle Ferrovie dello Stato, abita in una piccola città di una Regione rossa. Il suo sfogo è uguale a quello di tanti italiani del ceto medio stritolati da un fisco sempre più invasivo. Aliquote, addizionali, imposte locali da un lato; inflazione, raffica di aumenti e super benzina dall’altra annunciano un 2008 all’insegna della recessione, certificata anche dalle simulazioni del Giornale pubblicate nei giorni scorsi e dalle associazioni dei consumatori. «Il mio stipendio? Quando è grasso - dice al telefono Luciano - arriviamo a 1.800 euro mensili. Una cifra commisurata alle responsabilità di chi, come me, opera in un’azienda che ha dirette responsabilità sulla sicurezza di milioni di persone».

L’ironia della sorte si nasconde dietro le mille cifre della busta paga che ci ha fornito. Dicembre 2007, netto a pagare 3.253,23 euro: 12 mesi fa erano 3.405,97 euro. «Mancano 152,74 euro nonostante un aumento di anzianità, a parità di presenze e di indennità di trasferta. Come potete rilevare - sottolinea - a dicembre 2006 e 2007 ho le medesime presenze e pressoché la medesima indennità di trasferta (204 euro nel 2006, 208 euro nel 2007) ed ho riscosso 152,74 euro in meno con una aliquota di tassazione altissima. Inoltre - aggiunge - ho anche avuto aumenti di anzianità nel 2007 e quindi la differenza è da considerarsi ancora più marcata».
Il confronto con il 2005 fa riflettere ancora di più: «Con il precedente governo, la mia tredicesima è stata di 3.366,42 euro. Quasi 40 euro in meno rispetto al 2006, 113 in più rispetto al 2007, ma in realtà a dicembre 2005 avevo solo 16 presenze contro le 21 degli altri due anni e oltre 60 euro di trasferta in meno».

Il salasso di fine anno si nasconde dietro le voci «trattenute» e «imposte» ed è consistente: 989,31 euro più 1.806,63 euro di tasse. Su quasi 6mila euro di compenso lordo, dunque (5.942,92 euro per l’esattezza) 2.689,69 euro finiscono tra Inps e fisco. Si tratta di più del 45% dello stipendio lordo ed è uno degli effetti delle nuove aliquote fiscali volute dal viceministro dell’Economia Vincenzo Visco. «È una vergogna portare la tassazione di un reddito da lavoro dipendente come il mio all’aliquota del 41%! Almeno voi ditelo che il governo Prodi ci sta riducendo alla fame!».

Luciano sorride amaro. «Con quei 152 euro avrei voluto fare a mia figlia un regalo più bello. Per fortuna che non ho da pagare un mutuo, visto che vivo nella casa che mi hanno lasciato i miei genitori, altrimenti sarei finto nei guai». Di rincari è costellato tutto il «suo» 2007. «Anche mia moglie che fa l’insegnante - racconta - ha visto 80 euro in meno nella sua tredicesima. Nella mia città l’Ici è praticamente raddoppiata (da 0,5% all’1%, ndr), mentre l’addizionale regionale Irpef è al livello massimo consentito. In più, poiché la nostra Panda è una Euro 0, ci è toccato anche pagare un sacco di soldi perché è considerato un veicolo inquinante». Il caro benzina, i rincari di alimentari e bollette ha fatto il resto.

È Luciano a puntare il dito contro la «controriforma fiscale» dell’esponente ds, che oltre ad aver ridotto la no tax area (la fascia di reddito al di sotto della quale non si pagano imposte, ndr), ha alzato le aliquote sui redditi e rimodulato il sistema di deduzioni e detrazioni ideato da Giulio Tremonti durante il governo Berlusconi per «tutelare le fasce deboli». Un sistema di dare e avere che anziché aiutare ha penalizzare proprio gli stipendi del ceto medio che si sarebbero voluti difendere. Eppure, in quei mesi, Visco si difendeva così dalle critiche del centrodestra: «La Finanziaria comprende una riforma fiscale a favore dei cittadini che hanno minori possibilità economiche, grazie a diversi strumenti come nuovi scaglioni fiscali, nuove detrazioni di imposta per lavoro e per carichi di famiglia, netto rafforzamento degli assegni familiari». Secondo i calcoli di Visco «un lavoratore dipendente con 28mila euro di reddito con coniuge e un figlio a carico guadagnerà 294 euro netti l’anno in più». Il caso «scuola» di Luciano dimostra esattamente il contrario.
felice.manti@ilgiornale.it

Mal comune, non godo un cazzo!!!

Ma che ci sto a fare in sto paese.

Guido Mastrobuono




permalink | inviato da progettocicero il 18/12/2007 alle 13:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


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