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7 gennaio 2008

Democrazia rappresentativa e senatori a vita - www.altalex.com - 05/01/08


Democrazia rappresentativa e senatori a vita

Una anomalia costituzionale?

di Carlo Crapanzano

Ci hanno insegnato, e lungi dal pensare che non sia così, che la democrazia è rappresentativa quando il Popolo Sovrano (?) elegge democraticamente i propri rappresentanti per essere da questi governati.

Senza scomodare i grandi maestri costituzionalisti che hanno dato la loro vita intellettuale per migliorare e rendere più comprensibile il nostro sistema democratico, non possiamo non percepire però che qualcosa di strano alberga nelle ali del Palazzo.

Andiamo con ordine, chè il rischio è quello di ingenerare ancora di più confusione e smarrimento.

Il secondo comma dell’art. 57 della Costituzione prevede che ‘Il numero dei senatori elettivi è di trecentoquindici, sei dei quali eletti nella circoscrizione Estero’; la prima parte del I comma dell’art. 58 inoltre prevede che ‘I senatori sono eletti a suffragio universale e diretto dagli elettori…’. Fin qui, la tutela costituzionale e democratica non dovrebbe essere scalfita. Ma, come ormai gli Italiani hanno imparato e sanno, il fatidico art. 59 della Costituzione prevede che ‘È senatore di diritto e a vita, salvo rinunzia, chi è stato Presidente della Repubblica. Il Presidente della Repubblica può nominare senatori a vita cinque cittadini che hanno illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario’.

La Costituzione non distingue affatto tra i senatori eletti direttamente dal Popolo e quelli nominati dal Presidente della Repubblica o che sono tali perché ex Presidenti. A rigor di logica, quindi, nessuna distinzione potrà farsi sulle loro attribuzioni. A più voci non si fa altro che ripetere che tutti i senatori siano uguali. Ed effettivamente così sembrerebbe, ma a ben guardare qualche riflessione si rende necessaria.

Per onor di cronaca, bisogna premettere che non è affatto nuova la questione sul cosiddetto ‘partito del Presidente’, cioè di quel gruppo più o meno cospicuo di senatori a vita nominati dal Presidente della Repubblica il quale ultimo potrebbe, in teoria e nella previsione della scadenza del suo mandato, nominare cinque senatori che insieme con lui (che sarà senatore a vita di diritto), possa ‘condizionare’ i lavori del Senato. E il dibattito ovviamente si è spostato anche sulla considerazione se i senatori a vita dovessero essere cinque in tutto oppure ogni Presidente ne potesse nominare a sua volta cinque. La soluzione non ha trovato asilo ed attualmente i senatori a vita sono comunque sette (3 ex Presidenti e quattro nominati per alti meriti: Cossiga, Scalfaro, Ciampi e Andreotti, Colombo, Levi-Montalcini, Pininfarina).

Fatta questa breve e doverosa premessa, tentiamo di affrontare il vero nodo della questione: i senatori a vita rappresentano veramente il Popolo Sovrano quando il loro voto sia il solo a condizionare l’andamento dei lavori parlamentari o addirittura ‘tengono in piedi’ o ‘fanno cadere’ un Governo?

Non si taccia intanto che la attuale legge elettorale ha tenuto bene sotto chiave nei polverosi cassetti del Parlamento il concetto di democrazia rappresentativa: tutti gli attuali eletti sono tali perché inseriti in una lista chiusa da parte dei partiti politici e l’elettore ha solo potuto votare la lista e non il singolo candidato: è uno di quei pochi casi al mondo nel quale la democrazia rappresentativa è stata delegata ai partiti politici, eretti a unici portatori sani di democrazia…

Aggiunta questa breve considerazione alla premessa, torniamo al prevedibile funus rei publicae di ciceroniana memoria…

Un Governo ha la necessità del voto di fiducia di entrambe le camere per governare. Ottenuta questa, può attuare il programma con il quale è stato scelto dal voto degli elettori. Il concetto di democrazia rappresentativa impone che siano i rappresentanti eletti dal Popolo a essere gli unici legittimati a governare. Provocatoriamente, allora, in Italia il concetto dovrebbe essere riveduto e corretto: vi è sì democrazia rappresentativa, ma deve tenersi conto dei senatori a vita. E sì perché se qualunque Governo che chieda legittimamente la fiducia alle Camere, la ottiene con il voto determinante di chi non è stato eletto democraticamente dal Popolo, bisogna ammettere che il concetto di democrazia rappresentativa subisce qualche colpo basso, con buona pace per i costituzionalisti. Ovviamente, e a scanso di equivoci, vale anche il concetto contrario: i senatori a vita non solo possono tenere in piedi un Governo, ma possono anche farlo cadere votando con l’opposizione.

Alcuni intellettuali, con qualche velo di ipocrisia, insisteranno allora sul concetto di istituzione, democrazia, libertà…, ma sanno che in fondo l’anomalia è vera e potenzialmente pericolosa.

Perché a voler portare alle estreme conseguenze quanto detto, se un Governo è tenuto ‘in piedi’ o ‘si fa cadere’ con il voto di chi non è stato eletto democraticamente dal Popolo, si sdoppia anche il concetto di democrazia rappresentativa perché chi ‘decide’ sulla rappresentanza non è il Popolo Sovrano, ma poche persone non elette da Questo. In via ulteriore e ‘assurda’, decide ‘solo’ chi non è eletto dal Popolo.

L’anomalia dunque necessita della sua eliminazione con i tempi e i modi previsti dalle Leggi costituzionali. Nel frattempo, proprio a non voler mortificare la scelta che ogni singolo elettore democraticamente pensava di fare al momento del voto, sarebbe opportuno che i senatori a vita, sia per l’alta carica precedentemente ricoperta che per il lustro dato al Paese, si astenessero dal voto quando si tratti di fiducia all’Esecutivo e facessero decidere il Popolo, rappresentato proprio da quei senatori loro colleghi che invece loro sì sono usciti vincitori dalle urne.

Non sarebbe male fare andare la democrazia per la sua strada…
 



Democrazia ???

Alessandro Rossi






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20 dicembre 2007

E la manovra «inghiottì» muli e burattini - Corriere - 21/12/2007


 finanziaria, le «stranezze della legge»

E la manovra «inghiottì» muli e burattini

Scivoloni e promesse non mantenute: il «percorso di guerra» per arrivare a chiudere la manovra

Silvio Berlusconi si è scottato con la borsa dell'acqua calda? C'è chi si è ustionato di più con la Legge finanziaria. Come le famiglie con figli down. Che ancora una volta si sono sentite tradite. Erano più di dieci anni che aspettavano che fosse riconosciuto a tutti i disabili, anche a quelli un po' meno gravi che qualche lavoretto riescono a farlo, il diritto alla pensione di reversibilità dei genitori. I quali vivono con l'incubo di morire lasciando i loro cari esposti alla vita quotidiana come ai flutti di un mare in burrasca. Avevano scritto a Tommaso Padoa-Schioppa e il ministro dell'Economia, turbato, aveva dato la sua parola: quel milione e mezzo di euro necessario, cascasse il mondo, sarebbe stato trovato.

Macché: all'ultimo momento la commissione bilancio della Camera, dovendo tagliare qua e là per far quadrare i conti, ha tagliato là: «Spiacenti, i soldi sono finiti». Una figuraccia. Imbarazzante. L'ennesima di un percorso governativo accidentato. E segnato da scivoloni. Prima la rimozione dal cda Rai di uno dei rappresentanti del centrodestra, quell'Angelo Maria Petroni che, sbrigativamente rimpiazzato con l'«indipendente» Fabiano Fabiani, ha vinto il ricorso per tornare al proprio posto. Poi la destituzione del comandante della guardia di finanza Roberto Speciale con procedure così sballate (a partire dalla «promozione » rifiutata alla Corte dei Conti) da esporre l'atto all'annullamento da parte del Tar. Poi ancora il «pacchetto sicurezza» che, mille volte promesso e rilanciato dopo il brutale omicidio a Roma di Giovanna Reggiani, finisce per venire talmente pasticciato, sia sotto il profilo costituzionale sia sotto quello politico con l'aggiunta dell'omofobia, da dover essere ritirato prima di essere esposto a nuove bocciature... Insomma, una via crucis. Della quale la Finanziaria, corretta in corsa anche nelle tabelle riassuntive dato che si sono accorti che c'era un errore di 345 milioni (!) è una stazione. Di spine e dolori. C'è chi dirà che, quanto a delirio burocratese, va già meglio dell'ultima volta. Quando i commi inseriti in un solo articolo per tagliar corto con obiezioni, emendamenti e ostruzionismi vari, furono 1.365, record planetario. Ed è vero: i commi sono scesi a 1.201, cioè 164 di meno e spalmati su tre articoli. Ma sono comunque più del doppio di quei 572 commi che nel 2005 costarono al governo delle destre un brusco richiamo di Carlo Azeglio Ciampi. E' questo che intendeva Romano Prodi quando, sotto l'infuriare delle polemiche intorno al progressivo e mostruoso gonfiarsi delle leggi di bilancio (244 commi nel 1995, 471 nel 2002 o 612 nel 2006...) promise che quella di quest'anno, dopo la prima di «rodaggio», sarebbe stata «una Finanziaria snella»? Boh...

Certo è che, rispetto agli ultimi tempi della famigerata Prima Repubblica, quando la legge di bilancio introdotta nel 1978 diventò in pochi anni una creatura affetta da una spaventosa elefantiasi e si guadagnò da Giuliano Amato la definizione di «ultimo treno per Yuma» («Chi non sale rischia di restare definitivamente a terra. Di qui le mille spinte per infilarci dentro di tutto, grandi e piccole cose, dalla spesa sanitaria al rafforzamento della Rocca di Orvieto, dalla Valtellina al restauro delle mura di Ferrara») non sembra essere cambiato molto. Anzi. Certo, non ci sono più personaggi come Wilmo Ferrari, un commercialista veronese dalle lenti spesse come fondi di bottiglia che veniva chiamato «Wilmo la clava» per l'irruenza modello Flintstones con cui randellava tutto quello che poteva dar fastidio ai suoi elettori. E anche Teresio Delfino, che pure siede ancora alla Camera per l'Udc, non ha più la cocciutaggine piemontese di un tempo, quando nei giorni in cui stava nel suo collegio cuneese produceva mucchi di figli (fino ad arrivare a sette) e quando stava a Roma produceva mucchi di emendamenti, come quello indimenticabile che fissava: «l'accettazione delle scommesse sulle corse dei levrieri di cui alla legge 23/3/1940 n. 217 è consentita presso gli impianti di raccolta situati all'interno dei cinodromi... ».

Il senso della Finanziaria, però, è rimasto quello che Paolo Cirino Pomicino teorizzò un giorno, ironicamente, col nostro Dino Vaiano: una distribuzione di vol-au-vent. Uno stuzzichino a tutti, con «la dignità di un negoziato politico»: alla maggioranza e all'opposizione. Basti pensare ai due milioni di euro concessi a Treviso come prima tranche per il velodromo, fortissimamente voluto (nella speranza di avere i mondiali di ciclismo del 2012: auguri) dai parlamentari leghisti Gianpaolo Dozzo e Guido Dussin, che sono tra i promotori della società «Ciclisti di Marca» e hanno fatto della bicicletta agonistica uno dei cavalli da battaglia, scusate il bisticcio, della loro campagna elettorale. Direte: cosa c'entra il velodromo con la Finanziaria? Poco. Ma non meno delle nuove disposizioni fiscali sugli «spettacoli di marionette e burattini». O delle nuove regole erariali sui «cavalli, gli asini, i muli e i bardotti destinati all'alimentazione». O del «recupero delle ferrovie dismesse con piste ciclabili». O ancora della destinazione a Foggia di 2 milioni di euro per realizzare nella città pugliese, poco nota al mondo gastronomico nonostante la «Farrata» con la ricotta o la «tiella» di riso, patate e cozze, una sede distaccata dell'Autorità della sicurezza alimentare. Per non dire della cessione alla Russia della proprietà della chiesa ortodossa di Bari oggi di proprietà del Comune, il quale avrà in cambio dallo Stato italiano un edificio oggi caserma. O della detassazione degli utili reinvestiti nelle produzioni cinematografiche voluta da Willer Bordon e Gabriella Carlucci. O della norma che finanzia l'acquisto di idrovolanti destinati al collegamento con le isole minori. Tutte cose che, per carità, saranno utilissime, centrali, indispensabili.

Come ai tempi delle Finanziarie berlusconiane, apparve indispensabile l'autofatturazione per i ristoranti che acquistano tartufi da raccoglitori occasionali «non muniti di partita Iva». Ma resta la domanda: possibile che tutte queste cose debbano ogni volta finire nell'imbuto della Finanziaria? Facciamo una scommessa. Chiusa la faticosissima partita, c'è chi dirà: basta con queste finanziarie, questa sarà l'ultima. Ecco: vorremmo che almeno questo sfogo vecchio come il cucco, almeno stavolta, ci fosse risparmiato. E' chiedere troppo?

Gian Antonio Stella
20 dicembre 2007

 Secondo me è un po il caso che ci rendiamo conto di quello che succede in quelle aule.
Voi che ne dite?
Guido Mastrobuono




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18 dicembre 2007

Graziata la ragazza stuprata e condannata - Corriere - 18/12/2007


 La decisione del Re saudita Abdullah

Graziata la ragazza stuprata e condannata

La giovane doveva essere punita con 200 frustate e il carcere per aver violato la legge islamica

MILANO - Il re saudita Abdullah ha concesso la grazia alla «giovane di Qatif», dal nome della città dell'Est dove tutto è successo due anni fa: una ragazza di 19 anni che parla in auto con un ex fidanzato, senza nascondersi. Sette uomini che li sorprendono, li rapiscono, li violentano entrambi. Una prima condanna da 10 mesi a 5 anni per gli stupratori. E per i due giovani 90 frustate ciascuno. Poi l'appello dell'avvocato di lei, noto difensore dei diritti umani. E 18 mesi dopo la nuova sentenza. Per la donna che ha osato infrangere il tabù della segregazione tra sessi, pena aggravata: 200 frustate, sei mesi di carcere. L'adolescente vittima di una violenza di gruppo era così stata umiliata di nuovo, questa volta dalla giustizia del suo Paese. Anche perché lei, la ragazza senza nome, fa parte della minoranza sciita, da sempre discriminata mentre i violentatori sono sunniti.

INDIGNAZIONE INTERNAZIONALE - Il caso aveva sollevato l'indignazione internazionale. La vasta eco avuta sui media di tutto il mondo e le critiche di numerosi governi occidentali e organizzazioni umanitarie avevano messo in imbarazzo la famiglia reale saudita. Che, dopo due anni, ha deciso di graziare la giovane. La notizia diffusa su al-Jazira, è stata ripresa anche dal sito della Tv satellitare al-Arabiya.
Il sovrano «è l'unico ad avere il diritto di stabilire quali siano gli interessi generali nell'esecuzione di queste pene» ha spiegato il ministro della Giustizia Abdullah bin Muhammad al al-Sheikh, aggiungendo che il «perdono» del sovrano «viene emesso quando si ritiene che siano nell'interesse comune». Il ministro ha ricordato come il monarca saudita abbia più volte invitato i tribunali del paese a essere giusti nelle loro sentenze.


17 dicembre 2007

Perchè bisogna sapere come è fatto il mondo ed i rischi che si corrono.

Guido Mastrobuono




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16 dicembre 2007

Il New York Times: l'Italia è triste - Corriere della Sera - 14/12/07


Il corrispondente da Roma, Ian Fisher: me ne sono convinto parlando con la gente

Il New York Times: l'Italia è triste
Napolitano: sbagliato, ce la faremo

L'articolo: il presidente replica e cita Keynes: scommettete sul nostro spirito animale

MILANO - Gli italiani? Un popolo triste, il più triste d'Europa. L'Italia? Un Paese alla frutta. Lo ha scritto ieri il New York Times in un lungo e documentato reportage di prima pagina firmato da Ian Fisher, corrispondente da Roma del quotidiano Usa. Il giornalista ha girato la Penisola, ha incontrato gente (Veltroni, Montezemolo, Illy, comuni cittadini) e ha tirato le somme. Il risultato è un'impietosa cartolina del fu Bel Paese, oggi malato grave affetto da un virus chiamato «malessere»: «Tutto il mondo ama l'Italia, ma l'Italia non si vuole più bene: c'è un senso di malessere generale nel Paese». L'Italia è più povera (l'11 per cento delle famiglie italiane vive sotto la soglia della povertà, il 15 per cento fatica ad arrivare a fine mese), più vecchia (basta guardare l'età media dei presentatori tv, scrive Fisher), la qualità della vita peggiora di anno in anno, i divorzi aumentano, il tasso di natalità è tra i più bassi d'Europa, la tecnologia è poco sviluppata. Il resto del mondo corre, noi restiamo al palo, bloccati nelle riforme da tante piccole corporazioni, con debito pubblico e costo della politica tra i più alti del Pianeta. E, se non correremo ai ripari, faremo la fine della Florida: un ricovero per turisti anziani. Il tutto suffragato dai dati.

Per esempio, saremo anche tra gli alleati più fedeli di Washington ma, come aveva già rivelato al Corriere l'ambasciatore Usa a Roma, Ronald Spogli, nel 2004 gli investimenti americani in Italia ammontavano a 16,9 miliardi di dollari, quelli in Spagna a circa 50 miliardi. Oppure, meglio archiviare lo stereotipo dell'italiano pizza e mandolino. Perché una ricerca dell'Università di Cambridge, condotta dall'economista italiana Luisa Corrado citata dal NYT, dimostra come, in Europa, siamo i più infelici. Tristezza causata dalla nostra scarsa fiducia nelle istituzioni (il 36 per cento degli italiani si fida del Parlamento contro il 64 per cento dei danesi, i più spensierati del Continente). Sull'economia, meglio sorvolare, dato che le piccole e medie imprese, cuore del nostro business, non possono competere nel mercato globale. Nemmeno le arti resistono: «Non ci sono più Fellini, Rossellini o la Loren, cinema, musica, letteratura italiani non sono più all'avanguardia ». Siamo così tristi che per tirarci su il morale leggiamo La casta, che denuncia i costi della politica, e Gomorra, che racconta l'impero economico della camorra.

Un malessere che spiega, secondo il giornale americano, l'ascesa di Beppe Grillo «il personaggio che più di ogni altro identifica lo stato d'animo degli italiani», il cui video, bippato sui «vaffa», è stato messo sul sito del NYT. Non ci rimane che il made in Italy, marchio di prestigio ancora riconosciuto in tutto il mondo. Può bastare? «Credo proprio di no», dice al Corriere Ian Fisher, l'autore del reportage. «A Roma sono arrivato tre anni fa senza pregiudizi. L'idea di questo articolo mi è venuta parlando con la gente. Tutti a ripetermi: perché la politica non ascolta i cittadini? Perché abbiamo solo Prodi e Berlusconi? Perché la Spagna va avanti e noi no?». Fisher ha vissuto a Praga e Varsavia: «Anche lì le persone erano tristi, ma con la voglia di cambiare le cose. Da voi, manca questa speranza». In difesa dell'Italia è intervenuto, proprio da New York, il presidente Giorgio Napolitano: «Scommettete sull'Italia, sulla nostra tradizione e il nostro spirito animale», ha detto il capo dello Stato citando l'economista Keynes e i suoi «animal spirits » (l'economia è in parte guidata da ondate di ottimismo e pessimismo, ndr). «Ci sono molti problemi e non si può fare del facile ottimismo — ha aggiunto Napolitano —. E poi, invece di prendere a modello un noto comico per capire la nostra società, perché non parlare anche dei punti di forza, come le gare vinte dalla nostra industria della Difesa dato che i presidenti americani viaggeranno su elicotteri italiani».

Roberto Rizzo
14 dicembre 2007

Approfitto di questo articolo per dire che Cicero è nato proprio perché mi ero stufato di stare in un paese triste.
Mi ero detto che questo paese è triste perchè è un paese che non guarda al futuro. Un paese che non ha bambini. Un paese dove i sogni sono dissolti per colpa di vecchi vampiri che sanno solamente dirci di non fare.
E così è nato Cicero: con lo scopo deciso di dire alla gente che le cose si possono fare.
E noi le stiamo semplicemente facendo.

Guido Mastrobuono




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